In tema di Bitcoin il paragone che viene in mente è chiaramente quello con l’oro fisico, che rappresenta la più antica forma di moneta intesa come asset in grado di conservare un suo valore in termini di scarsità e finitezza.
Ho recentemente dedicato al confronto tra oro e Bitcoin un articolo monografico, che analizza le performance di entrambi nell’ultimo decennio. Non ci stupiamo quindi se ultimamente la moda d’investimento sia fortemente protesa verso strategie “a doppio pilastro”, come quella suggerita da Paolo Ardoino, CEO di Tether. (Da notare che anche di questa ho parlato, non molto tempo fa.)
La vicinanza tra oro e Bitcoin è in fondo sancita anche dalla stessa terminologia che allude alla sua produzione, ossia il mining, procedimento che trasforma la potenza di calcolo crittografico in valore.
L’immediato corollario di tutte queste considerazioni messe insieme è quindi piuttosto spontaneo, e si esprime in forma di domanda:
Perché acquistare satoshi quando possiamo tranquillamente utilizzare sistemi per produrli? Ossia, perché comprare oro (digitale) se possiamo comprare direttamente la miniera che lo produce?
La premessa implicita è che sì, il mining è diventato formalmente molto complesso da implementare per soggetti che non siano grandi poli industriali, dotati di infrastrutture potenti e costose; ma nel contempo sono sorti progetti in grado di frazionare e concedere anche alla vasta utenza i frutti di tale meccanismo, esattamente come accade per il frazionamento di azioni e titoli borsistici.
Nello specifico, la tecnologia che sta dietro a questa parcellizzazione della proprietà è anch’essa crittografica, e allude all’ormai affermato processo di tokenizzazione in blockchain, che oggi riguarda praticamente qualsiasi tipologia di asset reale o digitale.
Un esempio eclatante è per esempio rappresentato dal token BHP (Bitcoin HashPower), proposto in esclusiva dall’exchange CryptoSmart. Il suo funzionamento è semplicissimo: si compra una certa pezzatura di token (automaticamente gestito attraverso la potente rete Ethereum), corrispondente a una relativa potenza di calcolo; si mette in staking nella dedicata sezione launchpad, a sua volta ospitata dal suddetto exchange; e infine si raccolgono i satoshi nativi derivanti dalla porzione computazionale messa a reddito. Un gioco da ragazzi, insomma.
Quindi, quale strategia è giusto che prevalga tra quella del comprare e quella del minare BTC?
Dal mio punto di vista a prevalere dovrebbe essere una sorta di seconda versione del doppio pilastro, interamente giocata sul digitale. Ovvero, l’ideale potrebbe essere suddividere il portafoglio in due binari monolitici: quello del saldo BTC ottenuto attraverso operazioni “una tantum” (esempio Over the Counter), e quello del capitale messo a reddito attraverso traduzione in token strategici, come appunto quello sopraccitato.
In questo modo si produce un doppio canale gestionale di stock: il primo statico, legato cioè alla naturale tendenza deflativa di Bitcoin nel medio-lungo termine; il secondo dinamico, legato alla produzione di nuovi BTC attraverso l’immobilizzazione di un capitale che rimane in forma di token alla base dell’investimento.
Un’idea che, lungo l’irresistibile avanzata della token economy per l’anno 2026, si imporrà certamente tra le più interessanti e gettonate.


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