Buoni Propositi Parte Prima

Ovvio, l’anno che si conclude è sempre foriero di buoni propositi. Nel mio caso, vorrei seguire questa tradizione creando una lista, non tanto di quello che farò, ma di quello che ho fatto per impostare un nuovo metodo di lavoro.

Passaggio al MacBook e al sistema Apple in generale: Ebbene sì. Continuo ad essere un sostenitore dell’ecosistema Linux, ma il passaggio ad Apple è chiaro. Ormai sto scrivendo il mio diario quotidiano su iPhone, sto scrivendo i miei articoli su Mac, e in generale amo utilizzare creativamente questo sistema integrato.

Meno comunicazione one to many e più produttività: Non credo che il web contemporaneo sia paragonabile a quello di una ventina d’anni fa. Troppo caos, troppa gente che si affronta spalla contro spalla per futili motivi. Ma soprattutto, cose a somma zero, che non mi piacciono più.

Corsi: Mi piace formarmi su cose nuove. Non necessariamente su cose che non conosco, ma anche su percorsi in grado di aprirmi altre prospettive, dettagli, cose che scivolano dalla bocca del docente.

Sunto e Federazione

Sono nel fediverso ormai da qualche tempo, anche se non ho compreso appieno il mio ruolo, ovvero quello che posso fare con maggiore sensatezza ed efficacia in questo luogo. Tuttavia mi piace, e molto, questo senso di decentralizzazione. Mi appartiene, essendo perfettamente in linea coi miei interessi anche di carattere professionale: cryptosfera, blockchain, DeFi, e logicamente Bitcoin.

Da poco Mastodon Social — dove appunto ho un account — ha fatto uscire questa bella iniziativa automatizzata, che riassume l’annualità di attivismo nella piattaforma.

Devo dire che mi somiglia…

Quello che sono nel fediverso… mastodon.social/@filippoalbe…

Filippo Albertin (@filippoalbertin.bsky.social) 2025-12-20T17:59:55.968Z

Una ragione in più per porsi il problema dell’uso e della relativa ottimizzazione di questo straordinario strumento federato di comunicazione.

Riflessione sui Classici di Oggi e di Ieri

Cosa rende un libro — o un’opera di qualsiasi tipo, forma e articolazione — un classico? Se interpelliamo Italo Calvino, la risposta è quasi metafisica: Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire. Per Calvino il classico è un’entità viva, un’opera che persiste come rumore di fondo anche quando l’attualità più rumorosa cerca di sovrastarla.

Oggi assistiamo a un fenomeno speculare: Calvino non è più solo colui che “legge” i classici, ma è diventato egli stesso un classico contemporaneo. Le sue opere (da Il barone rampante a Le città invisibili) vengono ripubblicate in edizioni sempre nuove perché possiedono quella caratteristica fondamentale: la rilettura. Ogni volta che riapriamo Calvino nel 2025, il testo ci parla di noi, della nostra frammentazione e del nostro bisogno di ordine nel caos.

Tuttavia, sorge un dubbio critico sulla nostra epoca. Se tra gli anni ’70 e ’80 avevamo giganti come Calvino che dialogavano con la tradizione, e se Umberto Eco è stato forse l’ultimo grande autore capace di produrre opere (come Il nome della rosa) entrate istantaneamente nel canone universale, cosa resta oggi?

Il panorama culturale attuale appare frammentato, dominato da un’editoria di consumo rapido che fatica a generare “classici”. Continuiamo a pubblicare e leggere i maestri del passato, ma sembriamo incapaci di produrne di nuovi. Siamo in una fase di “manutenzione del canone” piuttosto che di creazione. Manca quella densità intellettuale capace di sfidare i decenni; abbiamo molti libri di successo, ma pochissimi libri “necessari”.

C’è infine una possibilità ancora più radicale e inquietante: l’estinzione del concetto stesso di classico.

Potrebbe sussistere un futuro remoto in cui non solo non nasceranno nuovi classici, ma quelli passati verranno cancellati. Non per censura (alla Fahrenheit 451), ma per un meccanismo di oblìo collettivo generato da:

  • Eccesso di informazione: Il “troppo” che seppellisce l’essenziale.
  • Mutamento cognitivo: Una soglia dell’attenzione che non permette più la “rielaborazione” richiesta da un classico.
  • Recisione delle radici: Se si perde il codice culturale per decifrare un’opera, quel libro smette di “dire ciò che ha da dire” e diventa muto.

Se il classico vive nel dialogo tra generazioni, nel momento in cui una generazione smette di rispondere, il classico scompare.

“I classici servono a capire chi siamo e dove siamo arrivati.” Ma se smettessimo di chiederci chi siamo, avremmo ancora bisogno di loro?

Annotazioni Generazione Catodica

Il mio ruolo resta quello del depistaggio. Appartengo alla generazione catodica, e dunque ho visto un mondo pieno di cose interessanti, ma non stracolmo di programmazioni clonate, capaci solo di restituire un caos a somma zero. Il grande tema, il grande interrogativo, resta uno e solo uno: in assenza di un mondo capace di riassumere efficacemente gli infiniti mondi al suo interno, si può ancora parlare di un’efficacia concreta della comunicazione one to many?

Leggevo ieri una notizia. A breve, ossia entro il 2025, la storica emittente MTV, da tempo passata al circuito streaming, chiuderà definitivamente la sua programmazione musicale. Ossia, ci capiamo? Una televisione nata per fare musica — e che comunque ha ospitato programmi leggendari, anime giapponesi di portata storica e chicche a non finire fino ai primi anni Duemila — andrà a riprodurre contenuti stile mamma a sedici anni, banco dei pugni e altro ciarpame.

In un mondo del genere, ha più senso dire qualcosa di sensato? Dirla a chi? Tanto vale depistare, individuando la via per una pura casualità creativa.

Shop-Ping Shop-Pong

I centri commerciali stanno diventando le nuove città. E le città scompaiono, diventano periferia di sé stesse. Lo sappiamo e ci adattiamo, pure divertendoci. Avete presente quei film statunitensi comprati all’ingrosso, a tema vero amore (suppongo sia un marchio registrato), con attori e soprattutto attrici che somigliano ai corrispettivi mainstream di Hollywood, ma costano di meno, che di solito infestano il palinsesto natalizio con allestimenti a base di renne, biscotti e bastoncini di zucchero? Questa l’impressione che mi sovrasta mentre passeggio con mia moglie nel centro commerciale di zona.

D’altra parte, sono comodi. Posteggio garantito, acquisti centralizzati, possibilità di fare tutto in una volta. Non è che ci sia molto da dire: il mondo ti ruba il tempo, e tu devi recuperarlo. Semplice e chiaro.

Comunque, adoro queste sfumature tra il verde acqua e il rosa corallo…

Storie Schemi e Passioni

Premesse formali

Le narrazioni seriali si dividono sostanzialmente in due grandi categorie, che attingono direttamente da quella che un tempo si chiamava narrativa d’appendice, a sua volta veicolata dallo sviluppo sempre più fitto e pervasivo della stampa informativa, ossia dei giornali o delle gazzette, come un tempo si chiamavano. Queste due categorie possono fungere da estremi, entro i quali, piuttosto ovviamente, è possibile individuare infiniti casi intermedi.

Il primo estremo è quello della serialità autoconclusiva. Il secondo è quello della serialità funzionale. La prima usa la molteplicità come strumento cumulativo, che sfrutta la forza estetica del collezionare. La seconda la utilizza, appunto, per svolgere una funzione, un servizio narrativo che spezza una storia in più parti per renderla fruibile al meglio.

Nel primo caso, il singolo “pezzo” che compone la narrazione seriale, ossia quello che noi oggi banalmente identifichiamo nell’episodio della specifica stagione di una serie televisiva, costituisce una narrazione a sé stante, che pone delle premesse, le sviluppa e le conclude all’interno dell’episodio stesso (o eccezionalmente in due o più episodi, qualora ci si trovi o si vada a sconfinare in una sottocategoria che comunque vedremo più avanti).

Nel secondo, invece, il singolo episodio svolge la funzione di frammento di una narrazione più estesa. Ossia, l’episodio è quello che possiamo agevolmente considerare come una sorta di capitolo nell’economia di un romanzo.

La prima categoria allude quindi a una collezione di storie. La seconda è invece una storia che viene raccontata episodio dopo episodio, laddove la serialità allude dunque a una convenienza funzionale al racconto complessivo.

Le sottocategorie che vanno a costituire i corollari a questa grande distinzione sono ovviamente molteplici, per non dire infinitamente collocabili tra i due estremi lungo la scia delle più disparate sfumature. Da questo punto di vista, l’esempio pratico credo sia la modalità migliore per intenderci.

Serialità autoconclusiva

Caso 1: le narrazioni antologiche

In questo caso, ogni singolo episodio altro non è che un racconto a sé stante, che non ha alcuna relazione con qualsiasi altro episodio dal punto di vista dei personaggi, delle ambientazioni e delle storie specifiche in esso raccontate. Ovvero, la sola caratteristica che può spesso accomunare tutte le narrazioni all’interno di una serie di questo genere è di carattere tematico: racconti fantastici, gotici, polizieschi, e via discorrendo.

L’esempio più ovvio è Ai Confini della Realtà: sono storie brevi, tutte diverse tra loro, ma accomunate da una natura fortemente “weird” e fantastica, peraltro caratterizzata da elementi stilistici molto precisi.

Caso 2: le avventure o i casi di X e Y nel mondo di Z

Tutti noi conosciamo Le Avventure di Sherlock Holmes: si tratta di racconti del tutto autoconclusivi, che però condividono gli stessi personaggi e le stesse ambientazioni. Le singole narrazioni possono assumere la configurazione di avventure, ovvero di “casi” da risolvere, con un inizio, un centro e una conclusione. A rigore, ovvero in generale e salvo sporadici rimandi alla linea generale del tempo in relazione alla storia dei personaggi, i singoli racconti, ovvero episodi, potrebbero essere letti in qualsiasi ordine.

Ho citato il noto investigatore privato, ma avrei potuto anche dire X-Files, forse la serie più rappresentativa di questa tipologia. Ad ogni puntata i nostri due eroi devono risolvere un caso, no? Quindi il sottotitolo avrebbe potuto tranquillamente essere le avventure di Mulder e Scully nel mondo dei fenomeni paranormali.

Serialità funzionale

Posto che la stessa epopea dei sopraccitati Mulder e Scully a un certo punto dilaga in questa seconda, grande categoria, l’esempio più lampante di quello che tanto tempo fa chiamavamo “sceneggiato” è sicuramente Stranger Things, ovvero una storia che si sviluppa in grandi avventure (le stagioni) a loro volta suddivise in episodi.

La serialità è in questo caso una funzione al servizio di storie più articolate e corali, che, esattamente come in un romanzo, devono prendersi il loro tempo per poter essere raccontate. Oppure, più banalmente (anche se la cosa era molto più frequente negli sceneggiati fino a una ventina d’anni fa, necessariamente legati al mezzo televisivo “catodico”), per banali esigenze della produzione: audience, volontà di tenere alla corda il pubblico, etc…

Ovviamente anche un “capitolo” può essere snocciolato allo spettatore attraverso morfologie e tecniche che lo facciano assomigliare a una vera e propria “avventura”, ma questo non significa episodio autoconclusivo. Ogni episodio rimane infatti strutturato come “funzione” all’interno di una storia che solo alla fine di tutti gli episodi potrà dirsi conclusa.

Remix

Come credo evidente, queste due tipologie opposte possono essere mescolate in commistioni varie. Come noto, specie nella commedia, una stessa stagione può porgere singole avventure autoconclusive, ma anche una questione iniziale o tema conduttore che si risolve all’ultima puntata.

Analogamente, ci sono serie che partono come avventure e poi si trasformano lentamente in sceneggiati. Si pensi a Supernatural, che esordisce come setting per accogliere indagini su quello che in gergo si dice Monster of the Week, e poi sfuma in una soap opera a sfondo gotico e urban fantasy.

Perché ho parlato di questo?

Ho speso tutte queste parole per dire due cose. La prima è che a me piacciono tutte le narrazioni, qualora (ovviamente) interessanti ed evocative, indipendentemente dallo schema di gioco che adottano; ma nutro una predilezione per la serialità del primo tipo, avventurosa o antologica che sia. La seconda è che ritengo che tale forma sia piuttosto in declino rispetto al passato, dettaglio che incrementa ulteriormente il mio amore.

La cosa riguarda anche il mercato libresco. Letteralmente, un autentico capitolo a parte…

Negli anni Sessanta e Settanta andavano alla grande le raccolte di genere. Celebri attori come Christopher Lee e Vincent Price hanno firmato prefazioni a numerosi titoli che inserivano in ragionate antologie racconti sia classici che più recenti. Alcuni di questi sono diventati storici, come l’antologia di racconti Al Cinema con il Mostro. Per non parlare delle raccolte nate sotto l’egida di nomi ancora più illustri, primo fra tutti Alfred Hitchcock. A suo tempo ci ho dedicato anche una bacheca di Pinterest.

Ebbene, questo tipo di serialità mi manca molto. A mancarmi non è solo l’oggetto, ma la ritmica esistenziale che ha permesso a quello specifico oggetto di essere la normalità in un determinato spaziotempo. Gli anni Ottanta e Novanta, i mercatini estivi di libri nei luoghi di villeggiatura, le storiche collane dedicate alla narrativa di genere (termine che all’epoca non denotava le stronzate del nostro tempo, ma semplicemente i generi letterari popolari, come fantasy, mystery, gotico, e via discorrendo) senza contare ciò che da solo meriterebbe un intero articolo: il lento ma inesorabile fenomeno di scomparsa delle librerie nelle nostre città, con specifico riferimento ai circuiti dedicati al fuori catalogo, i cosiddetti remainders.

Questo mondo è scomparso. O almeno è uscito di scena, e non si comprende dove stia agendo, per chi e perché.

E mi andava di dirlo.

Per Chi ne Fa le Veci

Non sono un grande sostenitore dell’intelligenza artificiale. O per meglio dire: trovo importantissimo questo — chiamiamolo — nuovo settore applicativo, che certamente fornisce strumenti interessanti sia all’utente medio che all’addetto ai lavori; ma nel contempo non condivido l’uso smodato e onnipresente che se ne riscontra in rete.

Detto questo, mi sono però ugualmente divertito a chiedere a Gemini di abbozzarmi un disegno in stile Robert Crumb, che illustrasse un concetto di mio interesse: la prigionia dell’autore costretto a lavorare osservato da sguardi indiscreti.

Ebbene, direi che il risultato, nello specifico di questo tratto fumettistico, ha dell’incredibile.

Mi piaceva proporvela come riflessione. Gli autori hanno sempre meno spaziotempo per creare, ed ecco che una fantomatica bacchetta magica agisce in loro vece.