Ai Confini dei Limiti della Realtà

Siamo in questi giorni impegnati in una vera e propria maratona. Oggetto: la sere TV “d’annata” Oltre i Limiti (1995-2002), a sua volta remake di omonima serie anni Sessanta. L’atmosfera generale ricorda immediatamente lo stile della certamente più famosa Ai Confini della Realtà, che ha avuto a sua volta dei remake, nonché trasposizioni in forma di lungometraggio.

Permane anche nella versione “recente” (il virgolettato è di rigore, visto che parliamo di qualcosa che risale a trent’anni fa, e ripercorre dinamiche e ritmiche lontane dal presente, a mio avviso affascinanti) la stessa interessante istanza dell’originale sixties: lo strumento catodico inteso come veicolo fisico di un esperimento con il pubblico, ovvero una specie di inclusione dello spettatore all’interno di una macchina dei sogni che riproduce tematiche e argomenti trattati nei singoli episodi.

Entrare nel televisore, concentrarsi su di esso, accedere a un mondo parallelo… Tutte idee che vengono presentate anche nella versione moderna, grazie alla proverbiale voce fuori campo divenuta un vero marchio di fabbrica di queste narrazioni antologiche.

Asili Intellettuali Elvetici: uno Stralcio

In generale detesto leggere libri a schermo. Mi sono ovviamente adattato: i ritmi dell’esistenza contemporanea sono avversi alla carta e in generale alla fisicità, quindi gioco forza adeguarsi a metodi digitali. Ma il disprezzo rimane.

Detto questo, tuttavia, mi piace dedicarmi a minime letture estemporanee di volumetti digitali densi di informazioni. Tra questi, ecco dunque la perla Ferrovie Secondarie, dell’autore “di viaggio” Pino Cacucci. Si tratta di un testo pubblicato all’interno di quella che ritengo essere, da parte dell’editore Feltrinelli, una collana dedicata proprio a questo tipo di letture estemporanee, rapide, quasi annotate a margine, che diventano una sorta di versione semi-letteraria della lettura spesso distratta di una ricerca nel Web. (Ok, la sto banalizzando, ma in fondo è questa la sostanza. I libri che si piegano al segno dei tempi di un’umanità costantemente eterodiretta, ormai incapace di approfondire. Libri che cercano di distillare il meglio anche da questo andazzo, insomma. E a volte ci riescono.)

Visto che mi capita di essere spesso in Svizzera per ragioni di lavoro (operazioni finanziarie in asset digitali), ho sottolineato questo passaggio, che mi sembra molto interessante su quel territorio.

Dispacci Creativi: un’Introduzione

Su Netflix, a parte ovviamente la quinta stagione di Stranger Things, sto riguardando un’altra bella serie TV, Messaggi da Elsewhere, che mi lasciò molto soddisfatto tempo fa. Avevo bisogno di riguardarla, per ragioni di auto-ispirazione. Non ho potuto fare a meno, lungo la scia di queste sollecitazioni, di ricordare il mio passato da formatore creativo, che chissà perché mi hanno condotto a confezionare questo breve video AI-based…

Ok, questa è la parte immaginaria. Ma dove finisce l’immaginazione e dove inizia la realtà? Nel mio caso, la realtà risale ai primi anni Duemila, periodo che mi vide giovane economista aziendale in cerca di occasioni e stimoli in un mondo in cui il Web era già abbastanza sviluppato, anche se privo di quel caos da social networking mainstream che oggi impera.

Anch’io, come Peter, il primo protagonista che incontriamo appunto nella bella serie Dispatches from Elsewhere, stavo cercando qualcosa, e questo qualcosa fu per me un annuncio relativo a un festival che si teneva presso le ridenti colline di Costagrande, provincia di Verona. Un vero e proprio Festival della Creatività, che mi avrebbe fatto incontrare decine di esperti in materia.

Inizia circa in questo modo il mio viaggio nelle meraviglie di quello che all’epoca conoscevo (per effetto di una specifica lettura di qualche tempo prima) come lateral thinking, espressione del noto autore Edward De Bono. Ricordo che lo sprofondare in quelle pagine, tra concetti generali ed esercizi specifici, mi aveva letteralmente affascinato, in quanto vi avevo rinvenuto non già i dettami di una specifica scienza o disciplina, ma l’idea di un corpus di atteggiamenti generali in grado di esaltare e dirigere qualsiasi disciplina o combinazione di discipline.

In seguito mi sono nutrito di qualsiasi autore che avesse nella sua cassetta attrezzi delle idee o delle prassi somiglianti a quelle che avevo conosciuto, ed eccomi dunque a scoprire o riscoprire nomi tanto del passato quanto del presente: da Wassily Kandinsky a Brian Eno, passando per Lynda Barry e Austin Kleon, e il novero sarebbe non dico infinito, ma piuttosto lungo. E questo è quanto. Tutte le strumentazioni in qualche modo collegate al lateralismo di pensiero sono entrate a far parte non solo della mia dotazione standard dal punto di vista professionale, ma anche di me stesso, ovvero del mio modo di pensare.

Hello World!

Il mio primo post in questo blog che fungerà essenzialmente da grande raccolta di link sia da qui che dai miei social BlueSky, Mastodon e Leaflet (Phil Links). Ogni tanto andrò a riferirmi anche a miei luoghi piuttosto ludici, tipo Tumblr.

A ben vedere, credo che la comunicazione one to many, nel Web, come altrove, sia diventata piuttosto insensata, o almeno confinata a un’inefficacia così uniforme da renderla di fatto priva di significato al di fuori del mero business. Quindi, perché continuo a scrivere in un blog?

Credo che nel mio caso sia un esercizio con (interessanti) sottoprodotti (potenziali) connessi alla scrittura pubblica. Ovvero, scrivo sostanzialmente per me stesso, e nel contempo mi piace pensare a una comunicazione spendibile anche con quei pochissimi che possono capirla, vuoi per ragioni linguistiche, vuoi perché sono miei clienti, vuoi per affinità e via discorrendo…

Passato a iOS 26!

Ho aggiornato a iOS 26 il mio iPhone. Ebbene, direi che è veramente cool. Nel complesso l’estetica “vetrosa” è tutt’altro che qualcosa di già visto. Anzi, ha veramente uno stile tutto suo, pienamente riconoscibile.

Ho deciso di assecondare l’idea di un background ufficiale e cangiante nel tempo. Mi piace questa idea di sfondo che muta al mutare dell’orario.

Per il resto, non ho esplorato tutte le nuove funzioni, alcune delle quali (almeno sulla carta) un tantino ridondanti. Tuttavia ho notato un’ulteriore impennata in termini di reattività del dispositivo. Molto interessante. Mi piace pensare a uno smartphone in grado di diventare veramente un’appendice di me, contrariamente allo Xiaomi Android, che è invece indispensabile come strumento di lavoro.

Diario e Diario

Ho da poco licenziato un organigramma piuttosto analitico dei miei vari siti.

Siccome ogni azione ha una reazione, è chiaro che questa istanza di sistemazione ha anche ridefinito il ruolo specifico di ogni elemento sistemato. Nel caso del blogging, capita dunque che questo mio Phil Web Cabinet — accanto a Leaflet (Phil Links), che però amo immaginare come appendice longform di BlueSky — sia il solo residuo “blog in senso classico” alternativo a quello principale su WordPress. Si apre dunque una prospettiva d’uso che mi piace immaginare come aspecifica e legata alla pura e spontanea voglia di scrivere cose abbastanza lunghe in forma di diario. Un tempo, ossia agli albori del Web, si parlava di stile blogorroico.

Sarà quello che farò qui.

Diario alla Kleon

Tempo fa mi è arrivato — logicamente da Temu — questo notebook asiatico con spessi fogli di carta in puro cotone, adatta a inchiostri molto liquidi e penetranti. Il formato mi ha subito ricordato Austin Kleon e i suoi libri quadrati.

When it came to the actual size and shape of the book, my editor Bruce Tracy pointed out that the slides were landscape and books are usually portrait, so why not make the book square? That sounded great to me.

Austin Kleon (lo trovate qui)

Ho quindi deciso di utilizzare l’intero notes in uno stile pienamente kleoniano, vale a dire con pennarelli brush-style tipici dei suoi diari, molto giapponesi come idea. Ecco le prime pagine…

Segreti Oscuri 70s

Cercherò di essere breve. Questa storia per me inizia in un punto imprecisato degli anni Ottanta — credo attorno al 1985 — quando, nella programmazione di quella che all’epoca si chiamava Fininvest, mi capitò di visionare una miniserie statunitense dal titolo The Dark Secret of Harvest Home, presentata in Italia col titolo (estremamente fuorviante) di La Casa (scelto come ovvio tanto per attirare l’attenzione attraverso l’omonimia col ben noto film di Sam Raimi).

La pellicola, sviluppata in due parti e appunto proposta in altrettante serate, mi affascinò per la sua portata estremamente evocativa, poetica, e nel contempo per la sua capacità di portare sullo schermo un thriller apparentemente soprannaturale, che in realtà faceva riferimento alla doppia esistenza di una comunità rurale ancora legata a riti pagani e prassi legate al culto della terra e della fertilità.

Una storia molto conturbante e in certi casi impressionante, ma sempre giocata sull’allusione, l’invisibile, l’ignoto che si rivela per minime giustapposizioni e restituisce un quadro inquietante.

Non voglio assolutamente fare (quelli che oggi chiamiamo) spoiler, ma basti dire che, a parte la presenza di un’efficacissima e anziana Bette Davis probabilmente in una delle sue ultime interpretazioni, la storia aveva dei risvolti antropologici e psicologici molto interessanti, che riguardavano la preminenza della figura femminile su quella maschile e la sostanziale conservazione di tale schema anche nel mondo civilizzato.

Per svariati anni mi sono letteralmente dimenticato di questa cosa, ma, come accade, a volte la mente torna a al passato in automatico, e grazie ai numi tutelari della grande rete sono arrivato al libro dal quale fu tratta l’opera televisiva datata circa 1979. Parliamo di Harvest Home, romanzo del 1973 del poco conosciuto scrittore (e attore) statunitense Thomas Tryon. Una rapida ricerca successiva mi ha portato non solo a individuare e leggere il libro in questione, ma addirittura a reperirlo in un’edizione italiana dal titolo La Festa del Raccolto, da me letteralmente divorata in due mezze giornate.

Il romanzo mi scorreva davanti praticamente identico alla versione televisiva — ovvero, l’opposto, era stato portato sullo schermo scena per scena, forse perché confezionato già perfettamente cinematografico di suo — ed era capace di mescolare perfettamente poesia, narrazione, mistero e appunto speculazione filosofica e antropologica sulla radice pagana del rapporto tra uomo e natura. Ve lo consiglio (se riuscite a trovarlo): un vero capolavoro dimenticato, carico di suggestioni sottili e ipnotiche.

Ma, come spesso accade nelle mie ricerche, la cosa non si è fermata lì. Sono infatti venuto a conoscenza di un ulteriore romanzo di Tryon, ovvero della sua opera di debutto pubblicata nel 1971, tale The Other, che stando alle informazioni a disposizione ebbe non solo un grande successo in libreria, ma fu immediatamente trasposto in un omonimo film l’anno successivo.

Il libro è (peraltro da pochissimo) presente anche in una traduzione italiana, ma è possibile visionare anche il film, visto che fu portato anche in Italia col titolo Chi è l’Altro? La vicenda è anche in questo caso ambientata in uno scenario rurale americano, questa volta attorno agli anni Trenta, ed è certamente un tassello fondamentale se pensiamo alla narrativa statunitense “di genere” degli anni Settanta, tra horror psicologico e cinema d’autore. Anche in questo caso, qui non abbiamo nulla di soprannaturale — come nei casi analoghi di autori che si facevano conoscere proprio in quegli anni, come Peter Straub o il più noto Stephen King, oppure altri maestri già più di successo, tra cui Ira Levin — ma una lenta discesa nei meandri della follia, cadenzata dal grande tema del “doppio”, del gemello, del sosia, ovvero della parte oscura che a vario titolo emerge.

Ebbene sì, esiste come detto una versione italiana del film, e la si può visionare interamente. Per chi vuole approfondire è reperibile anche un interessante making of a cura di un estimatore. Una perla oscura dimenticata, certamente da vedere e apprezzare come sintesi di un cinema che riusciva ad essere dolce e acre nel contempo, ovvero capace di travalicare anche i confini della narrativa di genere.

Apple World File #1

Questo articolo segue di poco altri due — un primo e un secondo — che ho dedicato alla mia entrata nel mondo Apple. Si tratta di una questione molto precisa, visto che, a rigore, io sono e continuo ad essere un pieno sostenitore dei sistemi Linux e open source, e quindi ho scelto di aderire anche alla “filosofia della mela” per ragioni estremamente specifiche. Ma andiamo con ordine e facciamo un bel passo indietro…

Le premesse

Nel campo del personal computing le scelte, nel corso degli anni, si sono concentrate su quattro modalità piuttosto definite:

  1. Sistemi Windows — I primi in ordine cronologico ad aver invaso il mercato, e quelli ancora maggiormente in uso (nonché, a mio avviso, pessimi). Stiamo parlando di una ditta, la Microsoft, che ha deciso di optare per sistemi chiusi e proprietari inseriti a forza nella quasi totalità dei prodotti hardware dei grandi monopolisti del settore, e non solo. Ecco dunque che, prendendo un comune laptop o desktop di case come Acer, HP, Sony o Lenovo avrete sempre e comunque un sistema Windows preistallato, che solo attraverso un procedimento “per un po’ più esperti” potreste mettere in discussione.
  2. Sistemi Linux o affini derivati — Parliamo di sistemi operativi che derivano da kernel di base del tutto open source, via via adattati in “distribuzioni” (Fedora, Ubuntu, Mint, Arch, etc…) e ulteriori derivate con caratteristiche altamente personalizzabili, e ambienti grafici altrettanto vari. Questi sistemi possono essere istallati negli stessi computer che solitamente vengono forniti con Windows, i cosiddetti IBM compatibili, in modo da usufruire di tutti i vantaggi — tanti — dell’ambiente software libero e delle sue innumerevoli applicazioni.
  3. New entry: Chromebook — Da qualche tempo a questa parte il colosso Google ha iniziato a produrre dei computer (sostanzialmente laptop) molto semplificati, ma estremamente veloci e versatili, funzionanti solo e unicamente con un sistema operativo basato sul noto browser Chrome, con alcuni rintuzzamenti collaterali. In sostanza si tratta di computer che funzionano (quasi) unicamente laddove associati a una connessione Web (a parte usi basici che si possono anche implementare offline), e sfruttano applicazioni che girano appunto su browser (web app), entro un ecosistema logicamente brandizzato da Google. Si tratta, come detto, di sistemi integrati molto veloci, la cui parte hardware è comunque prodotta dalla stessa pluralità di case che caratterizza il mercato di Windows, ma che nonostante questo risultano piuttosto a fatica assimilabili a un comune computer per uso ufficio. Insomma: Android sta agli smartphone come ChromeOS sta ai chromebook.
  4. Macbook e prodotti Apple — Parliamo di una sola ditta produttrice che propone non solo laptop e desktop, ma anche smartphone, tablet e altre componenti compatibili la cui dotazione hardware è studiata e implementata in modalità perfettamente integrate al software, e viceversa. Siamo cioè al cospetto di prodotti che “out of the box” funzionano con un mix monolitico di macchine e applicazioni tutte uscenti dalla stessa casa madre, appunto la Apple (ovviamente in modalità totalmente chiusa e proprietaria).

Riassumendo, in materia di computer, escludendo l’uso unicamente “social” di un chromebook, abbiamo tre opzioni: restare con Windows (sistema lento, pesante, proprietario); sperimentare con Linux (ottenendo a basso costo dei PC estremamente versatili e veloci; oppure massimizzare i vantaggi di una perfetta integrazione mono-marca con un Macbook o PowerPC (che hanno un solo difetto, il costo estremamente elevato, pari a circa una media di tre volte tanto un acquisto basico nell’ipotesi di acquisto tra gli IBM compatibili).

Questo significa che un Mac è solo un puro status symbol? No, assolutamente no. O meglio, cerchiamo di dirla tutta… Ho visto spesso giovinastri neo-universitari trascinare i rispettivi e ignoranti genitori in un Apple Store con la scusa di farsi comprare un Mac “in quanto eccelso per lo studio”, e non ho alcun problema a dire che almeno in novantanove casi su cento tale richiesta non solo copre una banale volontà di farsi belli al cospetto della comunità studentesca, e non certo di distinguersi come primi della classe, ma risulta del tutto fuori luogo anche in via generale. Ossia, un Mac è assolutamente sovradimensionato certamente per qualsiasi impiego ai fini di studio, e può essere tranquillamente sostituito con un computer ben più economico. La stessa cosa può dirsi per funzioni strettamente lavorative come scrivere mail, redigere rapporti e creare presentazioni e fogli dic alcolo. Più che altro, un Mac può rivelarsi strumento assolutamente determinante per ottimizzare e incrementare la produttività di chi, già impegnato in lavori multipli, necessita di aumentare la velocità di esecuzione e godere appieno delle funzioni di ecosistema tipiche dei sistemi Apple, che permettono di passare agevolmente da iPhone a Mac, e da Mac a iPad, in maniera del tutto fluida e consequenziale.

In sintesi, lasciando per un attimo da parte contesti specifici dove il Mac è quasi obbligatorio — grafica e architettura in primis — una scelta del genere diventa altamente interessante se abbiamo bisogno di una marcia in più per governare logiche multitasking.

Nel mio caso

Veniamo a me. Come detto, sono sempre stato, e sono a tutt’oggi, un utente Linux. Sulla mia scrivania ci sono due laptop: uno è un vecchio Compaq con EndeavourOS (Arch based), che ho recentemente “pompato” con 4 giga aggiuntivi di RAM e che funziona alla grande; l’altro è invece un Chromebook HP, che uso unicamente per aggiornare in modo semplice e rapido i miei siti.

Di per sé, quindi, non ho bisogno ora di un Macbook. Ciò di cui ho avuto bisogno è appunto un iPhone, che come detto ho acquistato e già sto usando con grande soddisfazione. Il problema è un altro: un qualsiasi dispositivo iPhone nasce per essere un tassello all’interno di un preciso ecosistema, quindi è ovvio che io “metta in cantiere” anche l’acquisto di un Macbook. Magari non ora, ma in un futuro abbastanza prossimo.

Per quanto riguarda la parte smartphone, da subito il mio iPhone 12 — modello non nuovissimo, ma che vi assicuro funziona alla perfezione e non mi rende assolutamente desideroso di alcun upgrade — si è posto come una macchina piuttosto diversa dal mio Xiaomi 14C, col quale peraltro mi sono sempre trovato e continuo a trovarmi bene.

Lo Xiaomi Android è più che mai uno strumento di lavoro mainstream. Lo uso per home banking, social networking (appunto) mainstream (nel mio caso Facebook, Instagram e Threads), navigazione, mappe, soprattutto messaggistica istantanea con vari servizi (Telegram, Whatsapp, Signal e altri), e numerose applicazioni di carattere finanziario alternativo al comparto bancario. Insomma, si tratta di un luogo volutamente affollato.

Usando iPhone si ha invece l’idea di essere al cospetto di uno strumento autosufficiente. In particolare, con iPhone sento di costruire un mio mondo assolutamente personale. Ecco perché ho deciso di farmi una SIM (anzi, eSIM) totalmente nuova, con un numero che non darò a nessuno. Voglio che questo strumento sia mio e solo mio.

Insomma, un ausilio di produttività personale. In generale, nelle prossime puntate, andrò a definire una sorta di diario d’uso che possa essere utile per me.

In Tema di Boschi e Deità Cornute

Premetto che di “prodotti” in qualche misura legati alla volontà di utilizzare la mitologia nordica e il relativo folklore all’interno di narrazioni contemporanee di genere thriller, o simili variazioni, magari anche con una punta di soprannaturale, ne ho visti tanti. Anzi, in generale ho sempre pensato fossero intrinsecamente delle forzature, fatte solo per riprodurre l’analoga e ben più giustificata abitudine statunitense.

Devo però dire che questo Pagan Peak mi piace. La produzione è germanico-austriaca sia di nome che di fatto, nel senso che i personaggi sono degli investigatori che indagano su strani casi che sembrano insistere, appunto, su rituali legati ad entrambi i ceppi culturali. La storia è stratificata, densa, con tanti personaggi, attori estremamente credibili, e una regia assolutamente impeccabile, originale e altamente visuale senza essere mai eccessiva o fine a sé stessa.

Insomma, ve lo consiglio.