Riflessione sui Classici di Oggi e di Ieri

Cosa rende un libro — o un’opera di qualsiasi tipo, forma e articolazione — un classico? Se interpelliamo Italo Calvino, la risposta è quasi metafisica: Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire. Per Calvino il classico è un’entità viva, un’opera che persiste come rumore di fondo anche quando l’attualità più rumorosa cerca di sovrastarla.

Oggi assistiamo a un fenomeno speculare: Calvino non è più solo colui che “legge” i classici, ma è diventato egli stesso un classico contemporaneo. Le sue opere (da Il barone rampante a Le città invisibili) vengono ripubblicate in edizioni sempre nuove perché possiedono quella caratteristica fondamentale: la rilettura. Ogni volta che riapriamo Calvino nel 2025, il testo ci parla di noi, della nostra frammentazione e del nostro bisogno di ordine nel caos.

Tuttavia, sorge un dubbio critico sulla nostra epoca. Se tra gli anni ’70 e ’80 avevamo giganti come Calvino che dialogavano con la tradizione, e se Umberto Eco è stato forse l’ultimo grande autore capace di produrre opere (come Il nome della rosa) entrate istantaneamente nel canone universale, cosa resta oggi?

Il panorama culturale attuale appare frammentato, dominato da un’editoria di consumo rapido che fatica a generare “classici”. Continuiamo a pubblicare e leggere i maestri del passato, ma sembriamo incapaci di produrne di nuovi. Siamo in una fase di “manutenzione del canone” piuttosto che di creazione. Manca quella densità intellettuale capace di sfidare i decenni; abbiamo molti libri di successo, ma pochissimi libri “necessari”.

C’è infine una possibilità ancora più radicale e inquietante: l’estinzione del concetto stesso di classico.

Potrebbe sussistere un futuro remoto in cui non solo non nasceranno nuovi classici, ma quelli passati verranno cancellati. Non per censura (alla Fahrenheit 451), ma per un meccanismo di oblìo collettivo generato da:

  • Eccesso di informazione: Il “troppo” che seppellisce l’essenziale.
  • Mutamento cognitivo: Una soglia dell’attenzione che non permette più la “rielaborazione” richiesta da un classico.
  • Recisione delle radici: Se si perde il codice culturale per decifrare un’opera, quel libro smette di “dire ciò che ha da dire” e diventa muto.

Se il classico vive nel dialogo tra generazioni, nel momento in cui una generazione smette di rispondere, il classico scompare.

“I classici servono a capire chi siamo e dove siamo arrivati.” Ma se smettessimo di chiederci chi siamo, avremmo ancora bisogno di loro?

Per Chi ne Fa le Veci

Non sono un grande sostenitore dell’intelligenza artificiale. O per meglio dire: trovo importantissimo questo — chiamiamolo — nuovo settore applicativo, che certamente fornisce strumenti interessanti sia all’utente medio che all’addetto ai lavori; ma nel contempo non condivido l’uso smodato e onnipresente che se ne riscontra in rete.

Detto questo, mi sono però ugualmente divertito a chiedere a Gemini di abbozzarmi un disegno in stile Robert Crumb, che illustrasse un concetto di mio interesse: la prigionia dell’autore costretto a lavorare osservato da sguardi indiscreti.

Ebbene, direi che il risultato, nello specifico di questo tratto fumettistico, ha dell’incredibile.

Mi piaceva proporvela come riflessione. Gli autori hanno sempre meno spaziotempo per creare, ed ecco che una fantomatica bacchetta magica agisce in loro vece.

Dispacci Creativi: un’Introduzione

Su Netflix, a parte ovviamente la quinta stagione di Stranger Things, sto riguardando un’altra bella serie TV, Messaggi da Elsewhere, che mi lasciò molto soddisfatto tempo fa. Avevo bisogno di riguardarla, per ragioni di auto-ispirazione. Non ho potuto fare a meno, lungo la scia di queste sollecitazioni, di ricordare il mio passato da formatore creativo, che chissà perché mi hanno condotto a confezionare questo breve video AI-based…

Ok, questa è la parte immaginaria. Ma dove finisce l’immaginazione e dove inizia la realtà? Nel mio caso, la realtà risale ai primi anni Duemila, periodo che mi vide giovane economista aziendale in cerca di occasioni e stimoli in un mondo in cui il Web era già abbastanza sviluppato, anche se privo di quel caos da social networking mainstream che oggi impera.

Anch’io, come Peter, il primo protagonista che incontriamo appunto nella bella serie Dispatches from Elsewhere, stavo cercando qualcosa, e questo qualcosa fu per me un annuncio relativo a un festival che si teneva presso le ridenti colline di Costagrande, provincia di Verona. Un vero e proprio Festival della Creatività, che mi avrebbe fatto incontrare decine di esperti in materia.

Inizia circa in questo modo il mio viaggio nelle meraviglie di quello che all’epoca conoscevo (per effetto di una specifica lettura di qualche tempo prima) come lateral thinking, espressione del noto autore Edward De Bono. Ricordo che lo sprofondare in quelle pagine, tra concetti generali ed esercizi specifici, mi aveva letteralmente affascinato, in quanto vi avevo rinvenuto non già i dettami di una specifica scienza o disciplina, ma l’idea di un corpus di atteggiamenti generali in grado di esaltare e dirigere qualsiasi disciplina o combinazione di discipline.

In seguito mi sono nutrito di qualsiasi autore che avesse nella sua cassetta attrezzi delle idee o delle prassi somiglianti a quelle che avevo conosciuto, ed eccomi dunque a scoprire o riscoprire nomi tanto del passato quanto del presente: da Wassily Kandinsky a Brian Eno, passando per Lynda Barry e Austin Kleon, e il novero sarebbe non dico infinito, ma piuttosto lungo. E questo è quanto. Tutte le strumentazioni in qualche modo collegate al lateralismo di pensiero sono entrate a far parte non solo della mia dotazione standard dal punto di vista professionale, ma anche di me stesso, ovvero del mio modo di pensare.