Annotazioni Generazione Catodica

Il mio ruolo resta quello del depistaggio. Appartengo alla generazione catodica, e dunque ho visto un mondo pieno di cose interessanti, ma non stracolmo di programmazioni clonate, capaci solo di restituire un caos a somma zero. Il grande tema, il grande interrogativo, resta uno e solo uno: in assenza di un mondo capace di riassumere efficacemente gli infiniti mondi al suo interno, si può ancora parlare di un’efficacia concreta della comunicazione one to many?

Leggevo ieri una notizia. A breve, ossia entro il 2025, la storica emittente MTV, da tempo passata al circuito streaming, chiuderà definitivamente la sua programmazione musicale. Ossia, ci capiamo? Una televisione nata per fare musica — e che comunque ha ospitato programmi leggendari, anime giapponesi di portata storica e chicche a non finire fino ai primi anni Duemila — andrà a riprodurre contenuti stile mamma a sedici anni, banco dei pugni e altro ciarpame.

In un mondo del genere, ha più senso dire qualcosa di sensato? Dirla a chi? Tanto vale depistare, individuando la via per una pura casualità creativa.

Storie Schemi e Passioni

Premesse formali

Le narrazioni seriali si dividono sostanzialmente in due grandi categorie, che attingono direttamente da quella che un tempo si chiamava narrativa d’appendice, a sua volta veicolata dallo sviluppo sempre più fitto e pervasivo della stampa informativa, ossia dei giornali o delle gazzette, come un tempo si chiamavano. Queste due categorie possono fungere da estremi, entro i quali, piuttosto ovviamente, è possibile individuare infiniti casi intermedi.

Il primo estremo è quello della serialità autoconclusiva. Il secondo è quello della serialità funzionale. La prima usa la molteplicità come strumento cumulativo, che sfrutta la forza estetica del collezionare. La seconda la utilizza, appunto, per svolgere una funzione, un servizio narrativo che spezza una storia in più parti per renderla fruibile al meglio.

Nel primo caso, il singolo “pezzo” che compone la narrazione seriale, ossia quello che noi oggi banalmente identifichiamo nell’episodio della specifica stagione di una serie televisiva, costituisce una narrazione a sé stante, che pone delle premesse, le sviluppa e le conclude all’interno dell’episodio stesso (o eccezionalmente in due o più episodi, qualora ci si trovi o si vada a sconfinare in una sottocategoria che comunque vedremo più avanti).

Nel secondo, invece, il singolo episodio svolge la funzione di frammento di una narrazione più estesa. Ossia, l’episodio è quello che possiamo agevolmente considerare come una sorta di capitolo nell’economia di un romanzo.

La prima categoria allude quindi a una collezione di storie. La seconda è invece una storia che viene raccontata episodio dopo episodio, laddove la serialità allude dunque a una convenienza funzionale al racconto complessivo.

Le sottocategorie che vanno a costituire i corollari a questa grande distinzione sono ovviamente molteplici, per non dire infinitamente collocabili tra i due estremi lungo la scia delle più disparate sfumature. Da questo punto di vista, l’esempio pratico credo sia la modalità migliore per intenderci.

Serialità autoconclusiva

Caso 1: le narrazioni antologiche

In questo caso, ogni singolo episodio altro non è che un racconto a sé stante, che non ha alcuna relazione con qualsiasi altro episodio dal punto di vista dei personaggi, delle ambientazioni e delle storie specifiche in esso raccontate. Ovvero, la sola caratteristica che può spesso accomunare tutte le narrazioni all’interno di una serie di questo genere è di carattere tematico: racconti fantastici, gotici, polizieschi, e via discorrendo.

L’esempio più ovvio è Ai Confini della Realtà: sono storie brevi, tutte diverse tra loro, ma accomunate da una natura fortemente “weird” e fantastica, peraltro caratterizzata da elementi stilistici molto precisi.

Caso 2: le avventure o i casi di X e Y nel mondo di Z

Tutti noi conosciamo Le Avventure di Sherlock Holmes: si tratta di racconti del tutto autoconclusivi, che però condividono gli stessi personaggi e le stesse ambientazioni. Le singole narrazioni possono assumere la configurazione di avventure, ovvero di “casi” da risolvere, con un inizio, un centro e una conclusione. A rigore, ovvero in generale e salvo sporadici rimandi alla linea generale del tempo in relazione alla storia dei personaggi, i singoli racconti, ovvero episodi, potrebbero essere letti in qualsiasi ordine.

Ho citato il noto investigatore privato, ma avrei potuto anche dire X-Files, forse la serie più rappresentativa di questa tipologia. Ad ogni puntata i nostri due eroi devono risolvere un caso, no? Quindi il sottotitolo avrebbe potuto tranquillamente essere le avventure di Mulder e Scully nel mondo dei fenomeni paranormali.

Serialità funzionale

Posto che la stessa epopea dei sopraccitati Mulder e Scully a un certo punto dilaga in questa seconda, grande categoria, l’esempio più lampante di quello che tanto tempo fa chiamavamo “sceneggiato” è sicuramente Stranger Things, ovvero una storia che si sviluppa in grandi avventure (le stagioni) a loro volta suddivise in episodi.

La serialità è in questo caso una funzione al servizio di storie più articolate e corali, che, esattamente come in un romanzo, devono prendersi il loro tempo per poter essere raccontate. Oppure, più banalmente (anche se la cosa era molto più frequente negli sceneggiati fino a una ventina d’anni fa, necessariamente legati al mezzo televisivo “catodico”), per banali esigenze della produzione: audience, volontà di tenere alla corda il pubblico, etc…

Ovviamente anche un “capitolo” può essere snocciolato allo spettatore attraverso morfologie e tecniche che lo facciano assomigliare a una vera e propria “avventura”, ma questo non significa episodio autoconclusivo. Ogni episodio rimane infatti strutturato come “funzione” all’interno di una storia che solo alla fine di tutti gli episodi potrà dirsi conclusa.

Remix

Come credo evidente, queste due tipologie opposte possono essere mescolate in commistioni varie. Come noto, specie nella commedia, una stessa stagione può porgere singole avventure autoconclusive, ma anche una questione iniziale o tema conduttore che si risolve all’ultima puntata.

Analogamente, ci sono serie che partono come avventure e poi si trasformano lentamente in sceneggiati. Si pensi a Supernatural, che esordisce come setting per accogliere indagini su quello che in gergo si dice Monster of the Week, e poi sfuma in una soap opera a sfondo gotico e urban fantasy.

Perché ho parlato di questo?

Ho speso tutte queste parole per dire due cose. La prima è che a me piacciono tutte le narrazioni, qualora (ovviamente) interessanti ed evocative, indipendentemente dallo schema di gioco che adottano; ma nutro una predilezione per la serialità del primo tipo, avventurosa o antologica che sia. La seconda è che ritengo che tale forma sia piuttosto in declino rispetto al passato, dettaglio che incrementa ulteriormente il mio amore.

La cosa riguarda anche il mercato libresco. Letteralmente, un autentico capitolo a parte…

Negli anni Sessanta e Settanta andavano alla grande le raccolte di genere. Celebri attori come Christopher Lee e Vincent Price hanno firmato prefazioni a numerosi titoli che inserivano in ragionate antologie racconti sia classici che più recenti. Alcuni di questi sono diventati storici, come l’antologia di racconti Al Cinema con il Mostro. Per non parlare delle raccolte nate sotto l’egida di nomi ancora più illustri, primo fra tutti Alfred Hitchcock. A suo tempo ci ho dedicato anche una bacheca di Pinterest.

Ebbene, questo tipo di serialità mi manca molto. A mancarmi non è solo l’oggetto, ma la ritmica esistenziale che ha permesso a quello specifico oggetto di essere la normalità in un determinato spaziotempo. Gli anni Ottanta e Novanta, i mercatini estivi di libri nei luoghi di villeggiatura, le storiche collane dedicate alla narrativa di genere (termine che all’epoca non denotava le stronzate del nostro tempo, ma semplicemente i generi letterari popolari, come fantasy, mystery, gotico, e via discorrendo) senza contare ciò che da solo meriterebbe un intero articolo: il lento ma inesorabile fenomeno di scomparsa delle librerie nelle nostre città, con specifico riferimento ai circuiti dedicati al fuori catalogo, i cosiddetti remainders.

Questo mondo è scomparso. O almeno è uscito di scena, e non si comprende dove stia agendo, per chi e perché.

E mi andava di dirlo.

Ai Confini dei Limiti della Realtà

Siamo in questi giorni impegnati in una vera e propria maratona. Oggetto: la sere TV “d’annata” Oltre i Limiti (1995-2002), a sua volta remake di omonima serie anni Sessanta. L’atmosfera generale ricorda immediatamente lo stile della certamente più famosa Ai Confini della Realtà, che ha avuto a sua volta dei remake, nonché trasposizioni in forma di lungometraggio.

Permane anche nella versione “recente” (il virgolettato è di rigore, visto che parliamo di qualcosa che risale a trent’anni fa, e ripercorre dinamiche e ritmiche lontane dal presente, a mio avviso affascinanti) la stessa interessante istanza dell’originale sixties: lo strumento catodico inteso come veicolo fisico di un esperimento con il pubblico, ovvero una specie di inclusione dello spettatore all’interno di una macchina dei sogni che riproduce tematiche e argomenti trattati nei singoli episodi.

Entrare nel televisore, concentrarsi su di esso, accedere a un mondo parallelo… Tutte idee che vengono presentate anche nella versione moderna, grazie alla proverbiale voce fuori campo divenuta un vero marchio di fabbrica di queste narrazioni antologiche.

Segreti Oscuri 70s

Cercherò di essere breve. Questa storia per me inizia in un punto imprecisato degli anni Ottanta — credo attorno al 1985 — quando, nella programmazione di quella che all’epoca si chiamava Fininvest, mi capitò di visionare una miniserie statunitense dal titolo The Dark Secret of Harvest Home, presentata in Italia col titolo (estremamente fuorviante) di La Casa (scelto come ovvio tanto per attirare l’attenzione attraverso l’omonimia col ben noto film di Sam Raimi).

La pellicola, sviluppata in due parti e appunto proposta in altrettante serate, mi affascinò per la sua portata estremamente evocativa, poetica, e nel contempo per la sua capacità di portare sullo schermo un thriller apparentemente soprannaturale, che in realtà faceva riferimento alla doppia esistenza di una comunità rurale ancora legata a riti pagani e prassi legate al culto della terra e della fertilità.

Una storia molto conturbante e in certi casi impressionante, ma sempre giocata sull’allusione, l’invisibile, l’ignoto che si rivela per minime giustapposizioni e restituisce un quadro inquietante.

Non voglio assolutamente fare (quelli che oggi chiamiamo) spoiler, ma basti dire che, a parte la presenza di un’efficacissima e anziana Bette Davis probabilmente in una delle sue ultime interpretazioni, la storia aveva dei risvolti antropologici e psicologici molto interessanti, che riguardavano la preminenza della figura femminile su quella maschile e la sostanziale conservazione di tale schema anche nel mondo civilizzato.

Per svariati anni mi sono letteralmente dimenticato di questa cosa, ma, come accade, a volte la mente torna a al passato in automatico, e grazie ai numi tutelari della grande rete sono arrivato al libro dal quale fu tratta l’opera televisiva datata circa 1979. Parliamo di Harvest Home, romanzo del 1973 del poco conosciuto scrittore (e attore) statunitense Thomas Tryon. Una rapida ricerca successiva mi ha portato non solo a individuare e leggere il libro in questione, ma addirittura a reperirlo in un’edizione italiana dal titolo La Festa del Raccolto, da me letteralmente divorata in due mezze giornate.

Il romanzo mi scorreva davanti praticamente identico alla versione televisiva — ovvero, l’opposto, era stato portato sullo schermo scena per scena, forse perché confezionato già perfettamente cinematografico di suo — ed era capace di mescolare perfettamente poesia, narrazione, mistero e appunto speculazione filosofica e antropologica sulla radice pagana del rapporto tra uomo e natura. Ve lo consiglio (se riuscite a trovarlo): un vero capolavoro dimenticato, carico di suggestioni sottili e ipnotiche.

Ma, come spesso accade nelle mie ricerche, la cosa non si è fermata lì. Sono infatti venuto a conoscenza di un ulteriore romanzo di Tryon, ovvero della sua opera di debutto pubblicata nel 1971, tale The Other, che stando alle informazioni a disposizione ebbe non solo un grande successo in libreria, ma fu immediatamente trasposto in un omonimo film l’anno successivo.

Il libro è (peraltro da pochissimo) presente anche in una traduzione italiana, ma è possibile visionare anche il film, visto che fu portato anche in Italia col titolo Chi è l’Altro? La vicenda è anche in questo caso ambientata in uno scenario rurale americano, questa volta attorno agli anni Trenta, ed è certamente un tassello fondamentale se pensiamo alla narrativa statunitense “di genere” degli anni Settanta, tra horror psicologico e cinema d’autore. Anche in questo caso, qui non abbiamo nulla di soprannaturale — come nei casi analoghi di autori che si facevano conoscere proprio in quegli anni, come Peter Straub o il più noto Stephen King, oppure altri maestri già più di successo, tra cui Ira Levin — ma una lenta discesa nei meandri della follia, cadenzata dal grande tema del “doppio”, del gemello, del sosia, ovvero della parte oscura che a vario titolo emerge.

Ebbene sì, esiste come detto una versione italiana del film, e la si può visionare interamente. Per chi vuole approfondire è reperibile anche un interessante making of a cura di un estimatore. Una perla oscura dimenticata, certamente da vedere e apprezzare come sintesi di un cinema che riusciva ad essere dolce e acre nel contempo, ovvero capace di travalicare anche i confini della narrativa di genere.

In Tema di Boschi e Deità Cornute

Premetto che di “prodotti” in qualche misura legati alla volontà di utilizzare la mitologia nordica e il relativo folklore all’interno di narrazioni contemporanee di genere thriller, o simili variazioni, magari anche con una punta di soprannaturale, ne ho visti tanti. Anzi, in generale ho sempre pensato fossero intrinsecamente delle forzature, fatte solo per riprodurre l’analoga e ben più giustificata abitudine statunitense.

Devo però dire che questo Pagan Peak mi piace. La produzione è germanico-austriaca sia di nome che di fatto, nel senso che i personaggi sono degli investigatori che indagano su strani casi che sembrano insistere, appunto, su rituali legati ad entrambi i ceppi culturali. La storia è stratificata, densa, con tanti personaggi, attori estremamente credibili, e una regia assolutamente impeccabile, originale e altamente visuale senza essere mai eccessiva o fine a sé stessa.

Insomma, ve lo consiglio.

Dark Angel: Bella Scoperta

Ho trovato una nuova serie “vintage” (vabbè, del 2000, ma direi che ormai il termine è opportuno) che non mi era mai capitato di vedere. Si chiama Dark Angel, ed è un fantastico fumettone cyberpunk con protagonista la bellissima – intendiamoci, per i miei gusti un poco plasticosa, ma che dire, ci sta – Jessica Alba.

Scritto (anche) da James Cameron, regista che non mi è mai piaciuto, ma che evidentemente aveva mano nelle sceneggiature o nei soggetti, si tratta di una narrazione comunque piuttosto lontana dagli sparatutto odierni. L’azione c’è, ma è quella tipica di un abbondante ventennio fa, tutta giocata su un fluire costante di situazioni del tutto spicciole e quotidiane con lo sfondo di una società del quasi dopobomba, dove la nostra protagonista, fuggita in tenera età assieme ad altri bambini “chimere” da un laboratorio segreto dedicato ad esperimenti genetici, viene chiamata all’azione per ritrovare il gruppo originario e battere il crimine e gli oscuri fautori dell’esperimento, ancora in circolazione.

Ok, direte voi: il solito plot anni Ottanta rieditato in salsa moderna: agenzie segrete che conducono esperimenti su bambini per farne armi segrete, e tutto quello che ci orbita attorno… Ma non è proprio così. Ossia, lo schema qui assume toni molto più “caldi”, con elementi che io riconosco come classici della narrazione: in primis, il viaggio dell’eroe dalla realtà ordinaria a quella straordinaria, con mentore, antagonista, prove intermedie, etc… Il tutto, come detto, inserito in un quadro fumettistico veramente efficace.

Trovato su Prime Video. Che dire: mi piace molto.

A latere: Queste produzioni TV mi ricordano le atmosfere dei romanzi (peraltro pure questi traslati in serialità televisiva) della collana Dresden Files. Anzi, solo adesso mi sono ricordato che da tempo devo finire il secondo romanzo della serie. Cioè, altro che “finire”, l’avevo appena iniziato. Ma questa — come si diceva a long time ago — è un’altra storia…

Messaggi dall’Altrove e Nuove Narrazioni

Di solito film e serie TV — anche nell’era dello streaming selvaggio — derivano, a meno di remake, o da sceneggiature originali, o da romanzi e racconti.

Negli ultimi anni si è però determinata, sia pure in misura minoritaria, una tendenza piuttosto interessante: quella di derivare una certa narrazione da materiali non direttamente narrativi.

Un esempio piuttosto lampante è rappresentato da Tales From the Loop, che trae ispirazione non già da una storia, ma da una serie di immagini retrofuturistiche dell’artista Simon Stålenhag, il cui carattere evidentemente evocativo e ipnotico ha evidentemente sollecitato la scrittura dello sceneggiatore.

Tuttavia il caso a mio avviso più affascinante di questa tendenza è certamente rappresentato dalla serie Dispatches from Elsewhere, intrigante e misterioso racconto tratto addirittura da un vero e proprio esperimento sociale, allestito dal 2008 al 2011 a San Francisco, all’insaputa delle centinaia di cittadini che sono stati coinvolti al suo interno.

Più precisamente, l’esperimento in oggetto, legato alle gesta del fittizio Jejune Institute e dei suoi misteriosi agenti reclutati tra le folle, è stato riassunto nell’altrettanto interessante documentario The Institute, e successivamente tramutato in sceneggiatura.

Il mio consiglio spassionato: guardatelo. Prima la serie TV, e poi il documentario, disponibile per intero su YouTube.

Ancora su Adolescenti Telepatici e Affini

Dunque, cosa abbiamo qui? Ragazzini rapiti per i loro superpoteri, oscure agenzie governative che conducono esperimenti in clandestinità, outsider appartenenti al versante onesto delle forze dell’ordine che indagano sulle dilaganti stranezze che accadono nella sonnolenta cittadina periferica degli States, aguzzini perversi che intendono salvare il mondo attraverso lo sviluppo di facoltà paranormali nei propri giovanissimi prigionieri, e ovviamente un’oscura forza senza forma che attende nel buio.

Di che serie TV stiamo parlando? Probabilmente la maggior parte di voi dirà Stranger Things, ma non è così. O meglio, è chiaro che l’epopea della misteriosa ragazzina sbucata dal nulla e denominata 11 risponde perfettamente a questo identikit. Ma l’opera in questione è The Institute, omonima trasposizione del romanzo di Stephen King. Un romanzo che — diciamocelo chiaramente — è a sua volta trasposizione, interpretazione, versione kinghiana di uno schema tematico che ormai è diventato quasi una cifra iconica: la banda di ragazzi che affronta la perversione di certo mondo cosiddetto adulto al cospetto dell’ignoto.

D’altra parte lo stesso evento televisivo che fu qualche anno fa proprio Stranger Things si caratterizzava come autentico revival di situazioni molto codificate, che non solo il cinema, ma anche lo stesso King andò a disseminare durante tutti gli anni Ottanta.

Una ripresa di peso, un’operazione nostalgia condotta attraverso i moderni mezzi della produzione nei canali del moderno streaming, per riportare quelli come me — classe 1975 — ai fasti dell’infanzia e prima adolescenza.

Quindi un vero e proprio gioco a rimbalzo, che parte ormai ben oltre dieci anni fa (se la prima stagione di Stranger Things risale al 2016, un film assolutamente rappresentativo come Super 8 si attesta addirittura a cinque anni prima) e perdura non solo in questo, ma in una miriade di prodotti che insistono su uno standard ormai diventato classico: bambini, alieni, istituti, e una oscura ed elettrizzante caccia al mostro…

E la cosa continua a piacermi.